Viaggio in un luogo perduto nel tempo, Ex Manicomio di Volterra, ospedale psichiatrico.
Ho voluto visitare un luogo lugubre, pieno di storia, Ex Manicomio di Volterra, per “toccare con mano” quello che più volte avevo sentito. Spinto in parte dalla curiosità, ma soprattutto dalla volontà di verificare e documentare questi racconti, mi sono addentrato in questi luoghi.
Un po’ di storia.
Nato alla fine del 1800 in seguito all’istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri del comune, nel corso degli anni, arriva ad ospitare quasi 5.000 ammalati di mente che giungevano anche da fuori Toscana. Divenne così importante che furono costruite all’interno diverse botteghe artigianali dove circolava la moneta coniata appositamente. Rimasto attivo fino alla fine del 1970, Ex Manicomio di Volterra, oggi è abbandonato, quando viene visitato suscita timore e profonda inquietudine. Le Lettere scritte dai degenti non venivano mai spedite e a loro insaputa, erano conservate nelle rispettive cartelle cliniche. Più le persone rimanevano nell’istituto di igiene mentale, più era difficile reinserirli nella società, non erano più capaci d’interagire con la società. La vita all’interno dell’istituto, nei primi anni del ricovero, non doveva essere molto difficile, stando ai racconti pervenuti, infatti erano state istituite delle attività di coltivazione ed allevamento di bestiame per l’uso esclusivo dell’ospedale, entrambe gestite con la collaborazione degli internati. Poi, col tempo, le cose cambiarono, magari anche a causa della seconda guerra mondiale.
Andare a visitare un luogo tanto
particolare quanto suggestivo, dove sono passate tante, tante persone con reali problemi mentali ed altre che cercavano semplicemente un rifugio dalla società, ci lascia una strana sensazione nell’animo.
Tante sensazioni assalgono l’ignaro visitatore, timore, dubbi, fantasie su cosa possa essere accaduto in quei luoghi infausti, dove ogni stanza riporta sbarre solide alle finestre, e il desiderio di conoscere tutte le storie che ne impregnano l’aria…..
Le fotografie riportate sono enfatizzate, o forse no?!
Ho cercato di immaginare la vita dentro la struttura e di riprodurla attraverso i miei scatti. Ho pensato a persone che vagavano libere negli ambienti, altre che graffitavano i muri, oppure semplicemente a chi cercava rifugio in un angolo o chi cercava di evadere. Sentire le urla, i mugolii distorti, o parole senza senso, probabilmente questo era all’ordine del giorno. Le persone rinchiuse in stanze anguste con addosso camicie di forza o addirittura legate al letto. Azioni di normale consuetudine come farsi un bagno poteva essere una costrizione, infatti le vasche da bagno non sono posizionate adiacenti ad una parete ma al centro della stanza. Questo permetteva senz’altro un maggior controllo sulla persona, magari da più operatori in contemporanea. Come raccontato venivano fatti bagni ghiacci dove si lasciava il paziente per ore se non per giorni. Da qui la famosa frase “fatti un bagno o una doccia ghiaccia” utilizzata per calmare, placare la persona.
Non scordiamoci tutte le altre torture inflitte tra le quali l’elettroshock, la lobotomia o farmaci vari che riducevano le persone a vegetali, o altre ancora che non sto a riportare. Tutto questo può sembrare uno scenario più volte visto nei film, ma questo è tutto vero! L’aver trascorso una giornata all’interno di quelle mura ti fa riflettere tanto. Lascio a Voi ogni pensiero e commento.




